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Raccontare oltre il confine


Contents:

Rintocchi danzanti dal Salento all’Orissa

Pare afferrare l’aria, per plasmarla in refoli poetici a sua immagine e somiglianza. È la danza indiana. Inizia l’arte poetico/musicale/espressiva del proprio corpo.

Danza Radha

Danza Radha

© Luisa Spagna
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Pennsylvania, where the Big Birds fly

Alla scoperta degli “Snow Birds” nel Middle Creek Wildlife Management Area. Un viaggio a contatto con la Natura americana, raccontato con la solita maestria descrittrice di James Weaver.

Middle Creek Wildlife Management Area is located in Central Pennsylvania. A beautiful natural setting of forest and open fields, owned and operated by the Pennsylvania Game Commission, it is dedicated to the protection and management of wildlife. A large man-made lake provides important habitat for migrating waterfowl.

My wife and I recently visited Middle Creek to witness the annual northern migration of hundreds of thousands of Snow Geese. The geese are native to North American and migrate in early March from their wintering habitat in the southern United States and Central America to breeding grounds in northern Canada beyond the Arctic Circle. It is estimated there are over five million Snow Geese and the population is growing.

The birds travel more than 5,000 miles (8046 km) each year in large flocks at high altitudes and at speeds of 50 miles (80.5 km) per hour or more. They instinctively follow the same routes or “flyways” each year. There are four well defined flyways in the USA.

It is a spectacular experience to view many tens of thousands of large white birds feeding in open fields and resting on the lake. The annual event attracts hundreds of serious bird watchers and
many more casual visitors to Middle Creek.

The fantastic annual migrations that birds make between their breeding and wintering grounds is one of the wonders of our natural world. Some routinely accomplish amazing feats. In Asia, Bar-headed Geese regularly migrate over the Himalayan Mountains, even over Mt. Everest at an altitude of 30,750 feet (9375 m).

Snow geese breed from late May to mid August, before leaving their nesting areas in the far north. They spend more than half the year on their migration to and from warmer wintering areas. Many Canadians and U.S. citizens living in cold weather states also head south in the winter to escape cold and enjoy the warm sun. Sometimes they are called “snow birds.”

The name seems very appropriate.




India, la danza del corpo

Mitologia. Misticismo. Scenografie. La maschera come simbolo della tradizione tramandata oralmente di generazione in generazione. Equilibri di sguardi. Incontri. È il mondo della danza indiana. A raccontarlo, una danzatrice e pedagogista pugliese. Luisa Spagna, formatasi nella disciplina a partire dal 1995, in Orissa.

Grazie ai pazienti e coinvolgenti insegnamenti di Lingaraj Acharya e suo figlio Shashidhar (maestri, coreografi, danzatori e disegnatori di maschere), Luisa si avvicinò alla danza Chhau e Odissi, quest’ultima di tradizione indù le cui pose scultoree derivano dalle raffigurazioni dei templi, in particolare da due elementi dell’iconografia indiana: il Chowka (quadrato), rappresentante il principio cosmico maschile e il Tribhanga (tre archi), che simboleggia l’aspetto femminile della divinità.

“La danza per me è un modo per interagire, dialogare con il mondo” spiega la donna. Luisa, insieme al musicista Paolo Pacciolla (suoi i primi testi sulla musica indiana in Italia), ha creato l’associazione Sutra Arti Performative con cui viene presentato sia il repertorio di danza e musica classica appreso in India, sia un repertorio orignale in cui confluiscono anche le nostre esperienze nell’arte occidentale.

Col tempo Luisa ha fatto confluire nel laboratorio “Racconti del Corpo” le sue tante esperienze umane: la laurea in pedagogia, lo studio sui temi del femminino e la danza classica indiana. Una vera officina dei sensi che partendo dalla danza, abbraccia varie discipline con un particolare approfondimento sulle figure mistiche e sulle danzatrici dell’India. Non di meno, è di recente uscito il libro “La gioia e il potere. Musica e danza in India” (Besa Editrice) di Paolo Pacciolla e Anna Luisa Spagna, unico libro in Italia sull’argomento.

Dott.ssa Spagna, com’è nato il suo interesse per la danza indiana? Con le lezioni del professore Nicola Savarese, studioso tra i più accreditati del nostro paese, che insegnava Storia del Teatro all’università di Lecce. Le sue straordinarie lezioni, la mia ricerca e necessità di linguaggi a me più vicini mi hanno spinto ad andare in India e intraprendere questo percorso.

Lei lavora nel Salento. Ha trovato similitudini tra la cultura pugliese e quella indiana? Alcune volte, il calore del sole e una luminosità particolare del paesaggio. Poi forse un’indole tipica di chi vive in posti caldi.

Può provare a descrivere a parole cosa si prova quando si calca un palco muovendosi attraverso la danza Chhau o l’Odissi? L’emozione inizia con la preparazione, la vestizione. È un momento in cui al tuo corpo di italiana aggiungi elementi di un’altra tradizione. Sei un mix di elementi. Di simboli. Di memorie che si mescolano. Poi sulla scena mi piace che si veda questo incontro di elementi. Non mi piace sentirmi dire “danzi come un’indiana”. Mi piace che si veda il mioincontro con questa cultura. È la mia interpretazione. La mia storia che mi piace raccontare.

Quali sono i tratti più appariscenti della danza indiana? La danza indiana è uno straordinario incontro di musica, ritmo, danza e intepretazione poetica. È una tecnica artistica così profondamente ricca e complessa che senti modicarsi ogni parte corporea, mentale ed emotiva.

Chi è il Maestro Shashidhar Acharya? Che cosa l’ha colpita di lui? Il maestro Shashidhar Acharya è un esponente della danza Chhau di Seraikella, proviene da una famiglia di danzatori, il cui padre è stato tra i più autorevoli Guru. Di lui mi colpì subito la sua passione e il grande amore nel continuare a trasmettere la tradizione.

La danza indiana. Il corpo vissuto come portavoce di poesia. Ritmo recitato, e danzato. Un mondo dove il proprio spazio pulsante è usato come mezzo espressivo. Come strumento musicale. Nell’osservare una sua performance, l’istinto mi fa chiudere gli occhi. Sento le sue mani afferrarmi. La mia ombra è scappata via. O forse è la mia anima.




Danni al cimitero ebraico di Venezia

La strada transennata. Gli alberi caduti invadono il marciapiede. La neve soffice pare attutire il danno provocato da Madre Natura. Le lapidi lì. Silenziose e solenni, aspettano il sole e l’inizio dei lavori di restauro.

Lido di Venezia (VE), antico ingresso del cimitero ebraico

Lido di Venezia (VE), antico ingresso del cimitero ebraico

© Luca Ferrari
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Venezia, la tormenta danneggia il cimitero ebraico

Dal 1389 l’isola del Lido di Venezia ospita un cimitero ebraico. Proprio davanti alla laguna. In riviera S. Nicolò, poco distante dall’omonima chiesa. Dopo più di 630 anni, sono state gravemente danneggiate parti del muro di cinta dell’antico edificio. L’artefice, una violenta tormenta di neve che causato il crollo di alcuni alberi.

Le previsioni lo avevano annunciato. Una giornata fredda ce l’aspettavamo un po’ tutti. Una tormenta in pianura, o meglio, in laguna, non proprio. Già a dicembre e gennaio, non è proprio la norma, figuriamoci a marzo, a pochi giorni dal solstizio di primavera, quando gli stabilimenti balneari cominciano già a parlare di tariffe.

Da anni mi ripetevo che volevo farci un servizio nel Cimitero Ebraico. Complice la troppa vicinanza, l’ho sempre rinviato. Adesso è la cronaca che me lo impone. Così mi sono avviato verso questa ferita. Imboccata via Cipro, con le mura del cimitero alla mia destra, subito un cartello stradale m’indica che qualcosa non va.

L’attesa dura qualche veloce passo, e il tragico spettacolo del muro si cinta aperto in due punti si materializza davanti al mio sguardo incredulo. È incredibile pensare come basti così poco per distruggere (non in maniera irreversibile, in questo caso) secoli di storia. Nel 1386 la Repubblica di Venezia concesse al popolo ebraico l’utilizzo di un terreno incolto (la cui proprietà era però reclamata dal monastero di S. Nicolò) per creare un proprio cimitero.

Terminata la disputa con i frati, dal 1389 il cimitero fu utilizzato senza interruzioni e in seguito ampliato raggiungendo la massima espansione nel 1641. Dalle stelle alle stalle, e il declino iniziò inesorabile. Prima un costante ridimensionamento degli spazi (causa ampliamento del sistema di fortificazione dell’isola), poi la caduta della Repubblica Veneziana, quindi le occupazioni straniere con relativi atti vandalici e il “lavoro” degli agenti atmosferici, e infine il definitivo abbandono nel 1938 dopo la promulgazione in Italia delle vergognose leggi razziali.

A partire da fine millennio, un complesso lavoro di recupero portò al recupero di molte lapidi, e di recente, grazie a lavori di riqualificazione del Cimitero, sono riemerse centinaia di lapidi del ‘700 e ‘800, finora nascoste dalla vegetazione spontanea, che consentiranno di approfondire le conoscenze storiche e artistiche su un patrimonio unico al mondo.

Scatto ancora qualche immagine del crollo, poi mi dirigo verso la porta posteriore del cimitero, proprio di fronte alla Coop. Dalle inferriate arrugginite lascio partire il mio sguardo verso le lapidi. Sempre lì. Silenziose e ignare di quanto accaduto qui sopra. Ma forse su questo punto, non tutti potrebbero essere d’accordo.




B come Bruttezza

Da sempre ci raccontiamo che il nostro è “il paese più bello del mondo”. Non ne sarei però più così sicura, anche se l’Italia rimane la nazione con la più alta densità di siti patrimonio dell’umanità. Avendo bellezza in abbondanza ci siamo permessi di sperperarla, senza accorgerci che certe ferite al paesaggio e ai nuclei antichi delle città sono per sempre, proprio come i diamanti. Ciò che è certo è che anche noi abbiamo la nostra dose di bruttezza che quotidianamente ci aggredisce per strada, nelle periferie, nelle aree industriali e ovunque un’urbanizzazione selvaggia si è dilatata senza regole. Anche a questo abbiamo fatto l’abitudine e pensiamo che in fondo sia il prezzo da pagare allo sviluppo e al benessere.

Il patrimonio che fortunatamente ancora custodiamo ha comunque educato il nostro occhio a alla bellezza, quella un po’ classicheggiante che nasce dall’armonia delle forme. Così, anche se per un processo naturale di assuefazione notiamo appena il bello e il brutto che ci circondano in patria, abbiamo però una particolare predisposizione per notarli appena varchiamo i confini.
Ancora più vero se si viaggia in India, come io ora, perché qui più che altrove il contrasto fra questi due estremi è drammatico, vistoso e sfacciato. E’ un continuo alternarsi e mescolarsi di profumi e puzze, corone di fiori e rifiuti, vestiti di seta ricamati d’oro e stracci, spiritualità e miseria, lusso e fogne a cielo aperto. E poi tubi al neon, grovigli di cavi elettrici, costruzioni pacchiane o rimediate, nuovo e vecchio che si sovrappongono senza armonizzarsi.

Oggi osservavo rapita un gruppo di ragazze avvolte nei loro sari mentre giocavano con le onde… la trasparenza leggera dei veli, i tessuti bagnati che fasciavano i loro corpi, i colori vivi e i sorrisi… All’improvviso mi si sono avvicinati due mendicanti. Uno stava misurando la spiaggia a forza di braccia perché non aveva le gambe, l’altro aveva le mani senza dita e coperte dalle croste della lebbra. In India non solo il brutto, ma anche la deformità, la povertà, la sofferenza, la stessa morte, sono mostrati, addirittura ostentati. Per noi che invece abbiamo la tendenza a rimuoverli è un violento pugno nello stomaco.

Il brutto appartiene al mondo sviluppato e a quello povero, ma inevitabilmente coabita sopratutto con il degrado. Detto questo è anche vero che noi tendiamo a giudicare come brutto tutto ciò che non corrisponde ai nostri canoni di bellezza, perché ci portiamo dietro oltre alle nostre categorie classiche, un modello di mondo dove i valori sono il nuovo, l’ordinato, la perfezione che diventa uniformità, l’esclusivo che equivale a esclusione, le tinte smorzate di una tavolozza di colori che oscilla senza troppe varianti dal nero per l’abito al grigio metallizzato per l’auto.
Invece in questo mondo disordinato, imperfetto e precario che è l’India, lo straniero è in bilico fra repulsione e fascinazione, perché insieme al brutto scopre una nuova dimensione, lontana dai sacri canoni di bellezza, ma ugualmente capace di sedurre. Nei volti, nei sorrisi, nei corpi, nei vestiti e nei colori oltre che naturalmente in un’arte raffinatissima e profondamente diversa dalla nostra.

Morale: vale la regola di sempre, viaggiare dovrebbe essere un atto di umiltà, non abbiamo il monopolio dei giudizio di ciò che è bello o non lo è.
E valgono le parole di Magris ne “L’infinito viaggiare”: “Non chi ha nostalgia dell’antico e confonde l’eterno col passato, né chi si rifugia in patetiche e aride solitudini arcaiche e aristocratiche, ma chi accetta con umiltà di mescolarsi alla promiscua confusione quotidiana, al mutamento di tutte le cose relative… impara a riconoscere e a rispettare la dignità degli uomini anche quando essa gli si presenta in… forme cui egli non è abituato e che lo possono anche respingere o turbare”.

Un consiglio di lettura: “Il Milione” di Marco Polo, viaggiatore capace di farsi sedurre dall’altrui bellezza.




Il folclore orientale di Stara Zagora

Nel cuore della Bulgaria torna il Festival dei Giochi in maschera dove i personaggi fantastici, messi in scena, vestono variopinti costumi di stoffe ricamate, spesso ricoperti da pelli e da piume.

Costumi tradizionali, Stara Zagora, Festival delle Maschere

Costumi tradizionali, Stara Zagora, Festival delle Maschere

© Eliseo Bertolasi
 



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